Il dolore mestruale: un disturbo tanto diffuso quanto probabilmente sottovalutato

Redazione 8 maggio 2004 0

08/05/2004

La dismenorrea, o dolore mestruale, è un disturbo molto frequente nelle donne: almeno una su 5 ne soffre periodicamente, e quasi una ogni tre lamenta più di un sintomo.

Denominato in gergo tecnico “dismenorrea”, il dolore mestruale configura un insieme di disturbi transitori – ma talvolta estremamente fastidiosi – che di solito insorgono 12 ore prima del flusso accompagnandolo spesso per tutta la sua durata.
Si tratta di un’evenienza molto frequente: il 90% delle donne la sperimenta nel corso della propria età fertile, almeno una su cinque – soprattutto se d’età inferiore a 25 anni – ne soffre periodicamente e in un caso su tré vengono lamentati due o più sintomi oltre al classico dolore. Quest’ultimo è tipicamente localizzato nel basso ventre, nella regione sovrapubica, con possibile irradiazione verso i glutei (regione lombosacrale) e le cosce, e può essere descritto come acuto e opprimente oppure come intermittente e crampiforme.
L’intensità del dolore è massima alla sua comparsa e va attenuandosi parallelamente alla riduzione dell’emorragia mestruale.
Dal punto di vista dell’inquadramento medico la dismenorrea viene distinta in primitiva, non associata ad alcuna malattia ma dovuta a fattori uterini intrinseci, e ritenuta pertanto un fenomeno parafìsiologico, e secondaria, legata a varie possibili anomalie degli organi pelvici.
L’età di esordio della dismenorrea è molto precoce, in quanto può manifestarsi già a distanza di un anno dal monarca, quando i cicli diventano ovulatori. L’evoluzione è in genere verso una progressiva attenuazione nel tempo o talvolta alla completa scomparsa dopo la prima gravidanza. In tutte le fasce d’età è tuttavia possibile una ricomparsa del disturbo sotto forma di episodi sporadici.
Al dolore mestruale concorrono numerosi fattori, ma si ritiene che la causa principale sia riconducibile all’azione di alcune prostaglandine (sostanze che vengono normalmente prodotte in numerose sedi del nostro organismo e che a livello dell’apparato genitale femminile stimolano le contrazioni uterine). A tale riguardo sono due le teorie più accreditate, l’una complementare all’altra in quanto entrambe edificate su due aspetti del medesimo fenomeno: l’incremento della produzione di prostaglandine (la E2 e la F2a), indotto dal particolare assetto ormonale caratteristico del periodo terminale ciclo, permetterebbe una miglior espulsione dei detriti dell’endometrio (la mucosa dell’utero, di cui costituisce il rivestimento più interno), destinato fisiologicamente allo sfaldamento e all’eliminazione, ma comporterebbe anche l’insorgenza di dolore spasmodico provocando una contrattura della muscolatura liscia dell’utero stesso e degli organi vicini; l’assorbimento e l’accumulo delle prostaglandine liberate dall’endometrio in corso di
sfaldamento nella muscolatura uterina e nella circolazione ematica locale: si spiegherebbero così non solo il dolore al basso ventre ma anche gli altri disturbi che nel complesso delineano la “sindrome premestruale”, quali nausea, vomito e diarrea. Le prostaglandine, infatti, sono estremamente potenti e anche in quantità infinitesimali sono in grado di produrre effetti in tutti i distretti dell’organismo ad esse sensibili, come il tessuto muscolare liscio presente negli organi cavi addominali (stomaco, intestino, cistifellea, ureteri, vescica) e nella parete di alcuni vasi sanguigni (arteriole).

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