La malaria: nuove tecnologie per un problema antico

Redazione 24 luglio 2004 0

24/07/2004

La malaria è una delle malattie più temibili per le popolazioni del Terzo Mondo. Fortunatamente l’OMS ha preso consapevolezza del problema, ed ha lanciato una campagna per dimezzare la diffusione di questa malattia entro il 2010

La malaria è una malattia parassitaria dovuta all’infestazione da Sporozoi appartenenti al genere Plasmodium, che vengono trasmessi all’uomo attraverso la puntura di zanzare Anopheles, che vivono in zone climatiche tropicali e subtropicali calde e umide.

Tipo di malariaParassita
Febbre terzana benignaPlasmodium vivax
Febbre terzana malignaPlasmodium falciparum
Febbre quartanaPlasmodium malariae
Febbre terzanaPlasmodium ovale


Il particolare habitat della zanzara abbinato alle condizioni socio-economiche delle aree geografiche interessate, fanno della malaria il più grosso problema nei paesi del terzo mondo. In America latina, in Africa centro-meridionale e in Asia si contano oltre cento milioni di nuovi casi ogni anno con una mortalità che supera il milione di persone. Tra alcuni anni quasi il 10% della popolazione mondiale (500 milioni di persone) sarà colpita dalla malaria e più di un milione morirà. Cioè un morto per malaria ogni 30 secondi. In africa la malattia uccide un bambino ogni 20 prima dei 5 anni di età.

Dopo decenni di scarsa attenzione l’organizzazione mondiale della sanità (OMS) con il supporto delle industrie farmaceutiche e dei centri di ricerca ha lanciato una campagna per dimezzare la diffusione della malattia entro il 2010. Apportando così una crescente consapevolezza e soprattutto nuovi fondi verso il controllo della malattia.

La guerra alla malaria si può vincere solo con un efficace prevenzione che da una parte tenga sotto controllo il vettore, cioè la zanzara, utilizzando un efficace trattamento insetticida e dall’altro punti allo sviluppo di un vaccino antimalarico. Questo approccio è essenziale proprio nelle aree più economicamente e socialmente arretrate del pianeta, dove la malaria miete le sue vittime, per l’enorme difficoltà anche a somministrare terapie farmacologiche preventive e curative.

La prevenzione della diffusione della malattia attraverso l’uso di vaccini rappresenta l’obiettivo a cui si rivolgono, con maggiore attenzione, le ricerche di tutto il mondo scientifico. Il ciclo di vita del plasmodio comprende una fase di maturazione nell’insetto, la zanzara, e tre fasi di sviluppo e riproduzione nell’organismo umano. Tutte queste differenti forme in cui si presenta il parassita rende oltremodo difficile sviluppare un vaccino.

Attualmente si stanno testando vaccini capaci di stimolare una risposta immunitaria nelle prime fasi del contatto. Viene così sfruttata la capacità di alcune cellule del nostro organismo, i linfociti T, di riconoscere e di reagire a qualsiasi agente estraneo, in questo caso gli antigeni del germe. Per fare innescare questa reazione si introduce un frammento di DNA del parassita in alcune cellule umane. Le cellule così modificate producono alcune proteine caratteristiche della malattia che il nostro sistema immunitario impara a riconoscere. Le prove cliniche fino a ora condotte su animali da laboratorio hanno dimostrato l’efficacia della vaccinazione e nel 2002 è iniziata, in Gambia, la sperimentazione su soggetti malati. Oggi è ancora in fase di studio e ci vorranno ancora molti anni prima di ottenere un vaccino.

Per quanto riguarda la terapia, il Chinino è stato il primo chemioterapico specifico usato per combattere la malaria. È adoperato tutt’oggi in molte parti del mondo soprattutto perché risulta essere attivo su tutte le forme di malaria.
Il vero problema è l’aumento della resistenza agli attuali chemioterapici antimalarici, che rende assolutamente necessario lo sviluppo di nuovi farmaci. Gli antimalarici che hanno rappresentato finora il sostegno principale della terapia, come la clorochina, stanno perdendo rapidamente efficacia. Svariate nuove classi di agenti antimalarici sono state sviluppate durante gli ultimi anni, ma per lo più presentano notevoli limitazioni.

Un approccio nuovo e promettente nella terapia antimalarica riguarda l’impiego di inibitori delle proteasi (enzimi che degradano le proteine) al fine di interferire con la capacità del microrganismo di degradare ed utilizzare l’emoglobina dell’ospite come fonte di nutrimento. Infatti il parassita ha una capacità limitata di sintetizzare gli aminoacidi (i mattoni che costituiscono le proteine) e li deve perciò trovare già pronti. L’identificazione di inibitori specifici di queste proteasi potrebbe condurre alla scoperta di utili chemioterapici antimalarici di nuova concezione.

Un problema da non sottovalutare nella ricerca di nuovi chemioterapici antimalarici è l’aspetto economico. Se da un lato c’è bisogno urgente di nuovi farmaci, più efficaci e poco costosi, dall’altro non ci sono industrie interessate a sviluppare agenti antimalarici. Ciò è dovuto al fatto che la malaria colpisce soprattutto regioni del mondo poco sviluppate, con scarse risorse economiche e nessuna industria farmaceutica, mentre le industrie più importanti, che potrebbero applicare le moderne tecnologie al settore degli antimalarici, sono presenti in Europa, Stati Uniti e Giappone e sono restie ad impegnare enormi capitali in un settore destinato quasi esclusivamente ai mercati del terzo mondo.

In attesa del vaccino e di nuovi più farmaci efficaci, si può contrastare questa complessa malattia impedendo all’insetto di diffonderla.
L’uso massiccio di DDT nell’America Settentrionale e in Europa ha portato, negli anni sessanta, alla completa eradicazione della malattia. Tuttavia tale successo non si è esteso all’emisfero meridionale del pianeta, dove la zanzara si è dimostrata particolarmente resistente. Da qui la necessità di trovare nuovi tipi di insetticidi. Inoltre questo quadro si è ulteriormente aggravato sia per la comparsa di nuove specie di parassiti (Plasmodium falciparum) resistenti ai farmaci, sia per i cambiamenti climatici che per l’aumento della popolazione avvenuti negli ultimi anni.

Quindi una buona prevenzione per la diffusione dell’infezione è rappresentata, oggi, dall’uso di zanzariere impregnate di particolari tipi di insetticida, come i piretroidi. Il sistema è economico e semplice e si sta diffondendo in modo capillare in Africa e in Estremo Oriente. Rimangono però alcuni problemi da superare. Primo fra tutti la durata della zanzariera. Occorrono materiali in grado di rilasciare progressivamente l’insetticida per anni, resistendo ai lavaggi. A questo scopo è stata sperimentata una particolare miscela composta da resina e piretroidi con cui ricoprire le fibre di poliestere delle reti. Ad ogni lavaggio la resina rilascia una piccola quantità di insetticida. L’efficacia è garantita per almeno cinque anni.

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