Uomini e prostata: PSA, un marcatore imperfetto ma necessario

Redazione 18 ottobre 2010 0

Il tumore alla prostata è la seconda causa di morte per gli uomini dai 45 anni in su e la diagnosi precoce rappresenta ancora la principale arma per combattere questo male: per questo l’analisi del livello di PSA risulta di vitale importanza

Secondo le raccomandazioni della SIU (Società Italiana di Urologia) per la prevenzione del tumore della prostata, ribadite in occasione del Prostate Health Forum tenutosi a Milano, “ogni uomo a partire dai 50 anni e una volta all’anno dovrebbe sottoporsi a un test del livello di PSA nel sangue. In caso di familiarità, la soglia di età andrebbe anticipata ai 45 anni, poiché il rischio di ammalarsi aumenta da 2 a 11 volte”.
Con 30.000 nuovi casi registrati in Italia ogni anno e circa 8.000 decessi (dati ISS), Il tumore della prostata è oggi quello che più frequentemente colpisce gli uomini  e che rappresenta nel sesso maschile la seconda causa di morte legata a patologie oncologiche, seconda solo al tumore al polmone. 
Da qui la necessità di aumentare il livello di attenzione presso la popolazione maschile in tema di prevenzione e diagnosi precoce. Da alcuni anni il test del PSA, su suggerimento del medico di famiglia o spontaneamente, viene eseguito insieme agli esami di controllo routinari.

Il PSA, acronimo di Prostate Specific Antigen italianizzato in Antigene Prostatico Specifico, è una proteina prodotta dalle cellule della prostata il cui aumento nel sangue è indice di una “sofferenza” a carico dell’organo. Va detto che non necessariamente questo campanello d’allarme si traduce poi in una diagnosi di tumore; l’innalzamento dei livelli del PSA  può essere infatti legato anche a una patologia infiammatoria, come la prostatite o all’aumento di volume della ghiandola riscontrabile  nei casi di ipertrofia prostatica benigna. 
Proprio per questa ragione l’utilizzo su larga scala di questo test è oggetto di dibattito nella comunità scientifica ormai da diversi anni.

In Italia la diatriba PSA si – PSA no si è recentemente riaccesa in seguito alla campagna di prevenzione promossa nello scorso mese di aprile dal Ministero della Salute in collaborazione con il Ministero delle Pari Opportunità.
Con lo slogan: “Non è la fortuna che batte il tumore della prostata. E’ la prevenzione”, il messaggio suggeriva al pubblico di sesso maschile un consulto medico periodico dopo i 50 anni di età.  La campagna è stata veicolata sulle reti nazionali, oltre che via radio e mediante affissione, suscitando le proteste da parte di alcune società e associazioni scientifiche, italiane e straniere e la richiesta formale di sospendere la campagna perché  condurrebbe solo a un aumento inappropriato del ricorso a test per la diagnosi precoce in soggetti privi di sintomi (per un elenco completo dei sottoscrittori vedere www.csermeg.it/index.php?ID_nodo=658).

Ma perché tanto clamore?
La diffusione del dosaggio del PSA ha portato secondo alcuni a un inutile incremento dell’incidenza attraverso la diagnosi di forme molto comuni dette “silenti” che non si sarebbero altrimenti manifestate, dando luogo a fenomeni di sovradiagnosi e sovratrattamento, a fronte di un tasso di mortalità costante nel tempo.
Con quali conseguenze? All’intervento chirurgico si  associano danni collaterali come impotenza e incontinenza che si verificherebbero, secondo fonti scientifiche, rispettivamente nel 60% e 15% dei casi, portando con sé un sicuro peggioramento della qualità della vita del paziente.
Secondo i detrattori dell’uso del test del PSA quindi questo comporterebbe più danni che benefici, non ultimi l’aumento della spesa sanitaria per l’esecuzione di esami di approfondimento e gli allarmismi indotti nei pazienti.

E gli altri? Benché non sussistano le indicazioni per la promozione di uno screeening di massa, la SIU e i sostenitori del valore del PSA come indicatore di tumore sottolineano l’importanza di una diagnosi precoce. Dal momento che non è possibile discriminare tra tumori aggressivi e meno, è necessario individuarli il prima possibile quando i trattamenti sono più efficaci e quando è possibile scegliere tra le varie opzioni terapeutiche oggi disponibili. (Non esiste infatti solo l’intervento chirurgico: radioterapia, brachiterapia, terapia ormonale possono essere adatte in diverse situazioni. )
Obiettivo della campagna voleva essere quello di sensibilizzare il sesso maschile, solitamente restio a sottoporsi a controlli e visite mediche, alzando la soglia di attenzione e informazione su un tema che li riguarda molto da vicino.
Soprattutto in casi “a rischio” l’innalzamento del PSA è il primo indicatore da tenere presente. Sarà poi compito dell’urologo valutare, caso per caso, il valore del test combinato con gli esiti di altri esami fondamentali per arrivare a una diagnosi: l’esplorazione digito-rettale della ghiandola e l’ecografia prostatica, eventualmente seguiti da una biopsia.
Anche in questo caso, come del resto sempre nella relazione medico-paziente, è di primaria importanza l’informazione trasmessa: l’urologo dovrà spiegare al paziente il significato dei risultati del test e le relative implicazioni, per evitare dannosi fenomeni di auto-interpretazione o allarmi ingiustificati.

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