La farmacogenomica: i farmaci su misura

Redazione 8 novembre 2004 0

08/11/2004

Ci sono differenze tra individuo e individuo evidenti a occhio nudo e ci sono differenze più difficilmente identificabili, come possono esserlo le risposte all’assunzione di uno stesso farmaco. Grazie alla farmacogenomica, in un futuro prossimo avremo terapie sempre più mirate sia per la specifica patologia che per il singolo paziente.

Le caratteristiche intrinseche di ogni essere vivente sono raccolte e codificate all’interno del DNA, la doppia elica che contiene tutta l’informazione utile a formare, riprodurre e descrivere un individuo. Alcuni tratti di DNA, chiamati geni, contengono informazioni specifiche per alcune funzioni dell’organismo. Tra tutti i geni si può provare a cercare anche quelli coinvolti nella tolleranza alla molecola di un farmaco.
È quello che si prefigge la farmacogenomica, una nuova disciplina che riunisce le conoscenze della farmacologia a quelle della genomica. Quest’ultima è una branca della genetica che studia il corredo genetico umano (genoma) nella sua interezza. La farmacogenomica analizza quindi come i pazienti rispondano diversamente alla stessa terapia in quanto sono portatori di un differente patrimonio genetico.
Grazie a questa combinazione si potrà, in un futuro recente, prevedere la tossicità di un farmaco conoscendo le differenze tra i genotipi umani, ma potranno anche essere studiate medicine mirate e su misura con minimi gli effetti collaterali: non un farmaco per ogni malattia, ma a ciascun paziente la sua medicina.

Questo risultato è di fondamentale importanza se si pensa che i decessi conseguenti agli effetti collaterali dei farmaci rappresentano almeno la sesta causa di morte nei paesi industrializzati. Più difficilmente quantificabili, ma non certo inferiori come rilevanza, sono i danni socio-economici dovuti alla mancata o ridotta risposta ai farmaci che viene stimata in circa il 25-30% dei casi. Questa limitata efficacia e specificità dei farmaci dipende dalla complessa eterogeneità biologica dei soggetti umani da curare, ben diversa da quella degli animali da esperimento, quasi sempre “linee pure”, allevati in condizioni ottimali e standardizzate.

Queste differenze tra individui nella risposta ai farmaci trovano spiegazione in due fattori distinti e diversamente analizzabili. Il primo è rappresentato dalla diversità genetica delle strutture che controllano il metabolismo e la funzionalità dei farmaci, osservabile non solo tra popolazioni diverse, ma anche al loro interno.
Il secondo, ancora più complesso, è rappresentato dal fatto che queste strutture genetiche possono essere diversamente modificabili, indotte o represse, nelle loro attività da fattori esterni estremamente variabili connessi allo stile di vita come la dieta, il fumo, gli alcolici, i farmaci, i prodotti naturali, l’ambiente professionale, ecc.
Poter prevedere la capacità di risposta ad un farmaco, sia in termini di risultati terapeutici che di effetti collaterali indesiderati, dipende quindi dalla capacità di comprendere e quantificare per ogni individuo non solo la sua capacità di risposta al farmaco, condizionata dal suo assetto genetico specifico e complessivo, ma anche come quest’ultimo interagisce con fattori ambientali nella sua espressione.

Ciascuno di noi ha un DNA unico e irripetibile e quindi è necessario tenere in considerazione il singolo genoma. Questo impone alla medicina un salto logico fondamentale: è necessario fare attenzione alle singole caratteristiche individuali. Una determinata patologia non colpisce più il fegato o il cuore di un uomo generico, ma questi organi sono inseriti in un unico e specifico organismo. Si potrebbe arrivare a determinare il profilo di predisposizione alla malattia di ciascun singolo soggetto e, in presenza di una predisposizione per una o più malattie, monitorare l’evoluzione e realizzare interventi appropriati andando ad agire sullo stile di vita, somministrando vaccini, ecc.

La promessa della farmacogenomica è quella di conoscere a priori gli effetti che il farmaco, necessario per curare o prevenire la malattia, avrà sul soggetto, rendendo praticamente nulli gli effetti collaterali dovuti alla personale reazione alla terapia. La sfida è quella di evitare il più possibile il verificarsi di situazioni di intolleranza del paziente al farmaco utilizzato. Ciò permetterebbe di somministrare solo i farmaci con attività terapeutica accertata, diminuendo notevolmente gli sprechi.

Sono già una decina i farmaci per i quali una preventiva genotipizzazione di tutti i pazienti risulta economicamente vantaggiosa rispetto ai costi dei possibili effetti indesiderati. Sarebbe tuttavia ottimale che per ogni soggetto anche sano fosse disponibile il “profilo genetico” per almeno quei geni coinvolti nel determinare l’efficacia dei farmaci “salvavita” impiegati nella terapia d’urgenza e per tutti quei casi in cui non c’è tempo sufficiente per eseguire i necessari test genetici. Per esempio i farmaci impiegati nella terapia post-infarto o nei traumatizzati gravi.

I ricercatori si trovano di fronte anche a problemi etici. La farmacogenomica deve affrontare infatti gli stessi ostacoli di qualsiasi altro tipo di ricerca genetica. La privacy innanzitutto, dal momento che mai l’inizio di una cura medica ha richiesto la raccolta e il trattamento di una enorme quantità di dati personali.
Un dilemma si porrebbe nel momento in cui una particolare sequenza di DNA, che ci rende più o meno sensibili all’azione di un determinato farmaco, dovesse coincidere con una particolare predisposizione verso una certa malattia. Rendere di pubblico dominio tali informazioni potrebbe renderci oggetto di discriminazioni, per non parlare del fatto che in questo caso si tratterebbe di una malattia ereditaria e quindi anche i nostri familiari potrebbero essere portatori di questo rischio potenziale che può essere trasmesso ai figli.

Approfondimenti dalla rete:
www.genomica.net
www.crc-cesi.org
www.fiorgen.net
www.humanitasalute.it
www.saluteeuropa.it

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